Dall'argento al porfido

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Le risorse geologiche dell’Altipiano del Calisio sono estremamente ricche e diversificate.

I suoi abitanti, e i Signori della vicina Trento, hanno scoperto nel corso dei secoli le potenzialità del sottosuolo di questo territorio, la cui storia si lega a doppio filo con quella dello sviluppo cittadino.

Già i romani utilizzavano il Rosso Ammonitico, un calcare formatosi nei fondali marini del Giurassico, per costruire case, edifici pubblici e strade, come testimoniano ad esempio i resti archeologici del Museo S.A.S.S., in Piazza Cesare Battisti. Le cave della “Pietra di Trento” lambivano il centro cittadino: molti fronti di scavo antichi compaiono dietro le case a monte del Castello del Buonconsiglio, quest’ultimo costruito con la stessa pietra su cui poggiano le sue fondamenta. L’aspetto della città attuale deve molto a questo materiale locale, che caratterizza anche i palazzi cinquecenteschi fino ad arrivare all’edilizia fascista.

Uno dei siti estrattivi più importanti era quello di Pila, a Villamontagna, oggi riadattato a suggestivo parco pubblico grazie all’intervento dell’Ecomuseo Argentario in collaborazione con le amministrazioni locali. Una parte della cava è ancora attiva e alimenta gli interventi di ristrutturazione in città.

Nel Medioevo viene scoperta una nuova risorsa geologica di più alto valore intrinseco: l’argento. La Formazione di Werfen, deposito geologico triassico diffuso nella parte settentrionale dell’Altipiano, custodisce un giacimento di galena argentifera, solfuro di piombo che contiene una piccola parte di argento. La percentuale di metallo prezioso nel minerale del Calisio è dieci volte superiore a quella dei giacimenti argentiferi considerati economicamente sfruttabili ai giorni nostri. Non stupisce quindi che il Principe Vescovo di Trento abbia avviato una coltivazione intensissima del deposito, convocando i migliori minatori e lavoratori dell’argento dalle regioni germaniche. Per regolamentare questa attività è nato il più antico statuto minerario europeo, il Liber de Postis Montis Arzentarie contenuto nel Codex Wangianus redatto dal Principe Vescovo Federico Vanga all’inizio del XIII secolo. L’argento alimentava la zecca di Trento, in cui si coniavano i cosiddetti “grossi”.

Le tracce archeologiche di questa industria estrattiva sono impressionanti e costituiscono un unicum a livello europeo: decine di migliaia di pozzi verticali (i “cadìni”) e chilometri di gallerie interamente scavate a mano (le “canope”) attraversano l’Altipiano trasformandolo in un paesaggio lunare. Una storia in gran parte ancora sconosciuta, che gli studi promossi dall’Ecomuseo potranno forse dipanare negli anni a venire, grazie alla collaborazione con un team di ricerca internazionale.

L’argento fu esaurito in pochi secoli a causa di una coltivazione di rapina, tanto che nel 1600 le miniere venivano già considerate in abbandono. I tentativi di riapertura delle coltivazioni nel secolo scorso non andarono a buon fine, ma i rilievi dei geologi impegnati in quegli anni (primo fra tutti Gian Battista Trener) ci forniscono moltissimi dati sul giacimento e sullo sviluppo delle gallerie, che sono la base per le ricerche attuali.

Ma non è finita qui: la risorsa più antica a livello geologico è stata l’ultima di cui si sono scoperte le potenzialità. Le antichissime eruzioni vulcaniche del Permiano hanno dato origine al porfido, la terza importantissima risorsa geologica locale sulla quale poggiano i centri abitati di Fornace e Albiano (alle pendici nordoccidentali del Calisio). I famosi cubetti caratterizzano l’urbanistica di Trento e di molte altre città, dall’Italia agli Stati Uniti, e sono ancora un simbolo di eleganza e resistenza.

La difficoltà di estrazione di questo materiale è probabilmente uno dei motivi del suo sfruttamento tardivo. Fino agli inizi del secolo scorso infatti il porfido era utilizzato solo a livello artigianale, per la realizzazione delle laste di copertura dei tetti. La grande industria che ha fatto la fortuna di molte famiglie trentine nasce nel 1911, con l’apertura della prima vera e propria cava. Imponenti gradoni rossastri prendono il posto delle montagne e dei boschi, creando un paesaggio caratteristico che visto con gli occhi di oggi ha un impatto ambientale devastante. Lo stesso che dovevano avere le cave cittadine di Rosso Ammonitico e a maggior ragione le migliaia di miniere di galena argentifera.


Riferimenti:

L'Ecomuseo dell'Argentario sul WEB

La casa del porfido di Albiano sul WEB

DOCUMENTI:

Guida all'Ecomuseo